Fashion Journal

Oggi mi Rifò il guardaroba!

Niccolò Cipriani, founder di Rifò, ci parla di come le tematiche della sostenibilità possano diventare uno strumento chiave all’interno di strategie aziendali di marketing e comunicazione.

Il 19 Novembre prenderà il via la terza edizione di Green Fashion, il corso di F.FRI dedicato ad aziende e professionisti che desiderano acquisire conoscenze e competenze per avviare percorsi di conversione verso approcci produttivi in linea con standard europei di sostenibilità.

Durante la seconda giornata del corso, dedicata al tema Comunicare la sostenibilità, Niccolò Cipriani presenterà il case study di Rifò, progetto che realizza capi e accessori etici a km 0 con fibre tessili 100% rigenerate da lana, cashmere e denim, focalizzandosi sulla strategia aziendale che coniuga rigore e attrattività in chiave marketing.

Rifò è un nome molto moderno, che strizza l’occhio al marketing, ma non solo…

Rifò è un’inflessione dialettale del verbo “rifare”, che rappresenta la toscanità e il modo di parlare degli artigiani che, più di cento anni fa, hanno inventato il metodo di rigenerazione dei vecchi indumenti per produrre nuovi filati a km 0. Inoltre, rappresenta il cuore della nostra attività, perché “rifacciamo” un mestiere della tradizione che negli ultimi anni stava scomparendo.

Cosa vuol dire per voi comunicare la sostenibilità?

In questo momento il pubblico è quanto mai attento alle tematiche della sostenibilità. Certamente essendo la caratteristica principale di Rifò e la pietra miliare dei nostri valori, tutto questo confluisce nella nostra comunicazione quotidiana. La nostra principale linea guida rimane però sempre l’onestà, la trasparenza e la tendenza ad ammettere quelli che chiamiamo “i nostri limiti”, in quanto brand etico e sostenibile. Per questo ci piace coinvolgere le persone nei processi decisionali, chiedere loro cosa pensano della nostra attività. Crediamo sia una delle poche soluzioni che ci permette di distinguerci dai grandi brand e mantenere viva la nostra community.

Come vi rapportate con i social?

Utilizziamo molto i social network, come tutti i canali di comunicazione che si presentano a nostra disposizione. Col tempo e grazie appunto ad una costante interrogazione della community, siamo arrivati a dei risultati davvero soddisfacenti, anche se ovviamente abbiamo obiettivi più ambiziosi. Instagram e anche Linkedin sono per noi i canali dove troviamo più soddisfazione e abbiamo appena iniziato il nostro percorso su TikTok. Questo perché crediamo nel potenziale delle nuove generazioni, che hanno davvero a cuore la sostenibilità perché stanno crescendo con questi valori e vogliamo trovare il nostro linguaggio per comunicare anche in questo ambiente.

Quali sono le sfide più ardue che avete dovuto affrontare?

All’inizio sicuramente è stata una bella sfida trovare i fondi per partire e poi spenderli senza troppe inefficienze, anche se il lancio del crowdfunding è stato molto utile. Una volta partiti nel 2017 devo dire che non è stato facile comunicare il nostro prodotto, perché all’inizio c’era poca consapevolezza sul significato di rigenerato e sostenibile.
Oggi i tempi sono più maturi e l’attenzione che il mercato ci riserva ci dà davvero grandi soddisfazioni. Il sistema Paese sta incentivando molto questo passaggio ad un sistema sostenibile ma si potrebbe sempre fare di meglio, con incentivi molto più forti, se davvero si vuole una svolta a breve termine da un modello di produzione lineare ad uno interamente circolare e sostenibile.

Considerando la sua esperienza nel settore tessile italiano, ritiene che la sostenibilità possa essere un volano di crescita per tutto il comparto?

Certo, credo che la sostenibilità sia la chiave per l’economia del futuro. Mi auguro inoltre che a breve questa non sarà più una scelta e non rappresenti più solo una nicchia di mercato, ma diventi un valore fondante per chiunque inizi un’impresa. Questo processo richiederà resilienza da parte delle grandi aziende che dovranno adattarsi alle nuove richieste del mercato nella realtà dei fatti, non solo cambiando la propria comunicazione oppure rendendo sostenibile solo una piccola parte delle loro produzioni.

Ritiene che la sostenibilità sia davvero sostenibile, aziendalmente parlando?

Penso sia una scelta etica che adesso viene premiata dal mercato, le persone iniziano a saper riconoscere cosa è greenwashing da cosa non lo è. Ovviamente è molto importante che i ricavi siano maggiori dei costi. Altrimenti possiamo anche avere la mission più bella del mondo, ma tra un mese non saremmo più qui a parlarne. Non è facile ma è possibile: occorre destreggiarsi, mettere le mani in pasta e trovare modalità ingegnose e innovative per fare impresa. Si può fare!


Valeria Battel
Giornalista per numerose riviste italiane ed internazionali è docente di Storia del Costume e della Moda presso NABA.

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